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IL RAGGIO VERDE

DI ROBERTO CORCHIA

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Tag: Musica

Questo sono. Desiderio inconcludente e sempre lontano, sempre altrove, come voce che non sai dove risuona. Gioia che si appaga in se stessa, senza alcun soggetto. Gioia pura delle parole quando mancano il punto – o piuttosto esso viene a mancare loro… Si alza una luce diversa e nuova, come musica. E’ Passione. E’ come se i fiori cantassero una sontuosa Missa – qui tollis peccata – Solemnis… A qualcuno si rivolge Beethoven, non all’insieme. Forse a Dio, a chi si fa assente per esistere. Ma ciò non può farlo chiunque.
L’essere sa perfettamente cosa vuole essere. E solo quello lo avvince. Tutto il resto è sostituzione, compromesso, sintomo – tutto ciò che non attiene a quella gioia imperfetta e unica che è avvenire… Frasi, giri infiniti come perversione singolare, sconvenienza estrema. Siamo peggiori di quel che si dà a vedere. Siamo migliori di quel che crediamo.

(by r.c.)

Un gruppo di amici si riunisce in un’antica biblioteca sul mare per cercare un’identità sonora fra poetry, rap e pizzica… entra


A partire da un niente. La logica confina con la musica. Musica delle parole, suono dei pensieri. Non pensiamo, ci accade di pensare. In una giornata di vento che segue una notte in cui gli uccelli hanno urtato a migliaia i fari montaliani. Parole ritornano, fra un sibilo e l’altro, del discorso di ieri sera, mentre eravamo intorno al tavolo. Parole forse rimaste intorno al tavolo, sul tappeto, cristallizzate come in Rabelais o congelate come i suoni irriconoscibili dell’arpa, strani rintocchi di un meccanismo di precisione, nell’Addio a Trachis sciarriniano che faceva da contrappunto alle nostre … parole. Blue in Green recita Miles Davis con la sua tromba ancora e gracida come il verde dell’Azzurro di Giotto (di Cortiana). E’ il colore del suono. La musica che i gialli e gli azzurri dei quadri (di Cego) si mettono a fare, come le dalie di Andersen, le mattine di marzo … Quando l’equinozio fa la luce più pura.

Roberto Corchia
dalla rivista Il Raggio Verde 1, febbraio 1993, Otranto


Shéhérazade continua a raccontare e continua a vivere. E continua a vivere finché racconta. Proprio come i suoi personaggi, quelli che lei stessa mette in scena. Racconta fiabe fatte di lampade, di genii e avventurosi viaggi; lei stessa parte di una fiaba, della fiaba. Mille e una notte si è guadagnata, infinito tempo del racconto. Mille e una notte si snodano davanti agli occhi dell’imperatore e della piccola Dinarzade: un tempo strappato alla morte, ove la morte non ha padronanza. Mille e una notte, tempo sprecato, che non è funzionale, tempo notturno. E’ questo tempo che inventa il giorno e non piuttosto il contrario. I sogni non sono la discarica del giorno ove come iena si aggira qualcuno per sapere cosa abbiamo mangiato. “Siamo fatti della materia dei sogni”. Di qui il Sogno di una Notte di Mezza Estate, dove gli archi raccontano leggeri di un mirabile spiritello che vaga leggero nel bosco ed i corni ricreano la notte magica in cui tutto può avvenire. Di innamorarsi, incontrarsi e perdersi, quasi nello stesso momento. E addormentarsi fra il sottobosco e, svegliandosi, non sapere più a quale scena si appartiene. Ma i quattro accordi leggerissimi dei fiati ci ricordano che Felix ancora una volta ci ha giocati e che è ancora mezzanotte, “l’ora delle fate”.

Roberto Corchia
Da Il Quotidiano dei Poeti, 28/3/1992, Pensionante de’ Saraceni, Lecce