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IL RAGGIO VERDE

DI ROBERTO CORCHIA

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ROMA (14 gennaio) – Giuliano Ferrara non molla e la campagna per una moratoria sull’aborto fa un nuovo passo avanti. Il direttore del Foglio ha scritto una lettera al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, per chiedere una «moratoria delle politiche pubbliche che incentivano ogni forma di ingiustificato e selettivo asservimento dell’essere umano durante il suo sviluppo nel grembo materno mediante l’esercizio di un arbitrario potere di annichilimento, in violazione del diritto di nascere e del diritto alla maternità». Ferrara, ricordando che «l’articolo 3 della Dichiarazione universale afferma che "ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona"», chiede «ai rappresentanti dei governi nazionali che si esprimano a favore e votino un emendamento significativo al testo della Dichiarazione: dopo la prima virgola, inserire "dal concepimento fino alla morte naturale"».

Ferrara: l’aborto è un omicidio. Ferrara sottolinea come «negli ultimi tre decenni sono stati effettuati più di un miliardo di aborti, con una media annua di circa cinquanta milioni» e che «anche in Occidente, l’aborto è diventato lo strumento di una nuova eugenetica che viola i diritti del nascituro e l’uguaglianza tra gli uomini, portando la diagnostica prenatale lontano dalla sua funzione di preparazione all’ accoglienza e alla cura del nascituro e vicino al criterio del miglioramento della razza, distruggendo così gli ideali universalistici che sono all’origine della Dichiarazione universale del 1948». «L’aborto selettivo e la manipolazione selettiva in vitro – conclude Giuliano Ferrara – sono oggi la principale forma di discriminazione su base eugenetica, razziale e sessuale nei confronti della persona umana. Quella stessa persona umana che le Nazioni Unite tutelano all’articolo 6 della propria carta dei diritti».
(…)

Brani selezionati da Messaggero.it

… “Secondo questa visione il bene comune, il bene cioè proprio della vita associata, è da pensare come una sommatoria dei beni individuali. Posso azzerare un addendo e non cambiare il risultato, purché aumenti proporzionatamente gli altri. Fuori metafora: l’interesse dell’uno può essere diminuito o azzerato purché resti o cresca l’interesse di un numero maggiore di persone.
Quale è l’errore insito in questa visione? Ridurre l’uomo a funzione sociale; negare cioè il suo carattere e la sua dignità di persona. Mi spiego ricorrendo ancora a una metafora aritmetica. Nella moltiplicazione se azzero un fattore, il risultato è zero anche se aumentassi all’infinito gli altri fattori. La persona, ogni persona è unica e irripetibile e non interscambiabile. Negarla, fosse anche una sola, è ledere gravemente il bene comune della comunità umana come tale. Ciascuno custodisce la dignità personale di ciascuno, contrariamente a quanto pensava Caino.
Se non si radica il profilo morale e legale della vita associata in una ontologia della persona che la ragione è in grado di scoprire, la scala dei valori che si dice di istituire, sarà sempre rinnovata da chi esercita il potere: un valore messo più alto sarà messo più in basso e viceversa. Era già la lezione di Socrate nel Gorgia platonico.
La controprova è che in fondo alla scala finiscono sempre i diritti dei più deboli”…

Mons. Carlo Caffarra

La cura dell’altro

Dic 7
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… “Al di là dell’apparenza esteriore dell’altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra l’interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza. Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina” …

Benedetto XVI (dall’Enciclica ‘Deus Caritas Est’)

“La separazione reale e spirituale dal mondo, per mezzo della quale le monache come vergini prudenti aspettano il loro Signore, le libera dalle sollecitudini di questo mondo, affinché si dedichino interamente alla ricerca di Dio”. (dalle Costituzioni delle Monache o.p.)
Vivere nella clausura la vita domenicana contemplativa e dedicarsi completamente a Dio non significa separarsi completamente dal mondo, perché ciò comporterebbe trascurare la dimensione “aliis tradere” che rende la contemplazione veramente domenicana.

Monastero Contemplativo Domenicane S.Maria della Neve

Torno a dire d’amore, perché non so dire d’altro. Dell’amore che non c’è anche quando c’è, quando si vive l’amore. C’è, infatti, solo come qualcosa che ti manca, e desideri e vivi al tempo stesso l’esperienza… Così la poesia che non si spiega. La poesia delle fanciulle bianche che non sai perché non sorridono, e non si spiega, non si traduce. Resta immobile nel suo enigma. Né puoi dirla inspiegabile – sarebbe una risposta. Non abbiamo interpretazioni, piuttosto. Resta così dunque, questione irrisolta. Lingua che parla e non è intesa. O forse apre a un altro intendimento, un altro modo di porsi nel capire. Logica differente e aperta, non esplicativa (alla Peirce). Logica mobile, inconscia. Lavorio con elementi evanescenti… Si tratta di libertà, in fondo; di un diritto più vasto. Pensare, parlare in un altrove. Il resto importa ben poco – di ciò che è ammannito.

(by r.c.)

Nessun superuomo nel Sigfrido di Wagner, che non sia in senso estetico e dunque del sogno. Così gli accordi si susseguono, e i temi; aprendo la strada al tornare dei motivi. Sono le vicende dell’uomo, gli affetti irrisolti, i contrasti, le forze. E noi ci troviamo a vagare in noi stessi… E’ gloria del corpo che vive, e non lo sa. Né può saperlo. Abitare può farsi, quel corpo, da innumerevoli lettere, e abitarle a sua volta. Essendoci nell’unico modo possibile, un modo distante dall’essere se stesso – tanto vagheggiato. Nessuna coincidenza tra l’essere e sé, infatti. Il sogno lo dice, e non resta che quello… Soltanto sognarci sognati da queste parole (in cui incorriamo involontariamente) che ci sono già e aspettano noi per … sognarsi esse stesse vive.

(by r.c.)

Questo sono. Desiderio inconcludente e sempre lontano, sempre altrove, come voce che non sai dove risuona. Gioia che si appaga in se stessa, senza alcun soggetto. Gioia pura delle parole quando mancano il punto – o piuttosto esso viene a mancare loro… Si alza una luce diversa e nuova, come musica. E’ Passione. E’ come se i fiori cantassero una sontuosa Missa – qui tollis peccata – Solemnis… A qualcuno si rivolge Beethoven, non all’insieme. Forse a Dio, a chi si fa assente per esistere. Ma ciò non può farlo chiunque.
L’essere sa perfettamente cosa vuole essere. E solo quello lo avvince. Tutto il resto è sostituzione, compromesso, sintomo – tutto ciò che non attiene a quella gioia imperfetta e unica che è avvenire… Frasi, giri infiniti come perversione singolare, sconvenienza estrema. Siamo peggiori di quel che si dà a vedere. Siamo migliori di quel che crediamo.

(by r.c.)