Scriveva Pasolini nel ’75:
“Sono (…) traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché lo considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio.(…) Ne faccio e ne ho fatto una questione non morale, ma giuridica. La questione morale riguarda solo gli attori: è una questione tra chi abortisce, tra chi aiuta ad abortire, tra chi è d’accordo con l’abortire e la propria coscienza. Dove io non vorrei certo entrare. Ma nel pensare alla vita, e al suo ineludibile svolgersi pragmatico, ciò che conta è la ragione: che non può mai contraddirsi né venire a patti. Essa sancisce i principi, non i fatti, anche se non può partire che dai fatti”.
E ancora:
“Si può tranquillamente sorvolare su un caso di coscienza personale riguardante la decisione di fare o non fare venire al mondo qualcuno che ci vuole assolutamente venire (…)? Bisogna a tutti i costi creare il precedente incondizionato di un genocidio solo perché lo status quo lo impone?